Aeham Ahmad the Pianist of Yarmuk

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“Capisco perché la musica è proibita: la musica può cambiare molte cose”

piano-202.12.2016 Heidelberg. Nei giorni precedenti al concerto non sapevo nulla di lui, sono stata attirata dai poster esposti in giro per il centro per i colori rosso verde e nero, i colori della Siria, i colori della Palestina, due terre che ho avuto il privilegio di calpestare. Aeham Ahmad e´ un rifugiato palestinese vissuto nel quartiere di Yarmuk a Damasco fino ha quando il 17 aprile 2015 ha iniziato il viaggio che lo ha portato fino in Germania. “Solo per uscire da Yarmuk, sotto assedio, ho dovuto pagare 3000 euro ottenuti grazie al generoso aiuto di un amico di Amburgo. A causa del mio passaporto da rifugiato non posso volare regolarmente in Libano o in Turchia. Quelli come me devono oltrepassare il confine illegalmente e a piedi pagando altri 2000 euro. Dalla Turchia si passa per i Balcani e poi via via fino alla Germania”. Aeham Ahmad non menziona alcuna fazione politica, parla di militari, in generale, quando racconta del suo pianoforte distrutto e afferma che ormai non ha più senso parlare di una fazione e l´altra, pur ricordando che ci sono ancora persone “normali” come lui che lottano per la pace. Ed e´ questo che si augura per la sua Siria e la sua Palestina, che molto probabilmente non ha mai visto con i suoi occhi: la pace. Aeham Ahmed e´ il primo e l´ultimo pianista di Yarmuk, che fino all´ultimo ha continuato a suonare tra le macerie, accompagnato dalla voce dei bambini per dare forza e speranza al suo popolo. Sorrido quando ricorda che il pianoforte e´ stato trasportato a mano per le strade di Yarmuk. E non posso credere che ha rischiato la vita per il suo pianoforte, sotto le minacce di morte di chi vorrebbe proibire la musica.

Nel tragitto verso il Karlstorbahnof, sede del concerto, avevo incontrato un giovane curdo-siriano, conosciuto qualche mese fa ad un meeting di studenti internazionali. Si era mostrato molto scettico rispetto al concerto dicendo che la gente era lì per l´arte, per la musica, non per la Siria e per la guerra che l´affligge da ormai 6 anni. Io cerco di incoraggiarlo, suggerendogli di non sottovalutare il potere della musica, e per fortuna avevo ragione. Dopo una breve presentazione di Georg Stein, organizzatore dell´evento e fondatore della Palmyra Verlag, una casa editrice che si occupa di Medio Oriente e Rock´n Roll, si comincia. Aeham sarà accompagnato da Borgo Kamal Ibrahim, percussionista di origini egiziane, dai modi molto napoletani nonostante il suo tedesco perfetto.

pianoBuio. Luce. Aeham sospende per un attimo la mano destra contratta in aria e poi bum! Aggredisce il pianoforte e dentro di me si apre lentamente una voragine, che si allarga quando Aeham da´ voce alla musica ricordando l´urlo straziante di chi e´ rimasto in Siria. L´urlo di dolore si trasforma in una dolce melodia nel brano “Die Reise” (il viaggio), frammisto al fragore delle onde del mare riprodotte da Ibrahim. Sento il mare nero che si confonde con il colore della gomma del barcone dove il mio corpo si irrigidisce per il freddo, per il terrore. Lacrime amare si accumulano nel mio stomaco e risento lieve il dolore che mi e´ entrato dentro e che non andrà mai più via. Aeham ribadisce che non vuole parlare della guerra, perché d´altronde ora come ora non ne sappiamo granché, quello che sappiamo e´ che i morti non torneranno più. Ricorda i prigionieri, tra cui suo fratello, rinchiuso da 4 anni, ricorda gli scomparsi come il fotografo che ha scattato la foto che lo ha reso famoso, ricorda i bambini. “E´ per loro che ho cominciato a suonare per strada, per quelli che mi venivano a chiamare ogni giorno a casa per cantare, loro sono più forti di me” e così introduce un pezzo dedicato a loro, ai bambini che tranquillamente dormono, giocano, sognano e poi bum! Una bomba e niente e´più´ come prima. Per ravvivare l´atmosfera e prendere per un attimo distanza da questo dolore Aeham e Ibrahim intonano una canzone tradizionale araba, il pubblico “arabo” per lo più siriano, canta con loro. Ad un certo punto Ibrahim passa il microfono ad uno spettatore, il concerto diventa una festa, d´altronde in arabo “hafla” significa sia concerto che festa. Al termine del pezzo Ibrahim chiede al pubblico “quanti arabi ci sono in sala” e così spontaneamente alzo la mano e mi accorgo che dalla Siria e dalla Palestina non si può tornare indietro. Mi accorgo che queste due terre mi sono entrate nel cuore e con loro il dolore, la sofferenza, la tragedia, ma anche l´umanità´ ed un´infinita Bellezza.

La seconda parte dell´evento si apre con un piccolo dibattito, poi si suona di nuovo, un genere di musica unico che definirei “yarmuki” (di Yarmuk) lì dove Siria e Palestina si incontrano. Si passa da pezzi originali di Aeham, inframmezzati dai versi del celebre poeta palestinese Mahmoud Darwish, tradotti elegantemente in tedesco da Ibrahim. Mi sento così grata di poter apprezzare entrambe le lingue ed esulto quando tutto il pubblico viene chiamato a partecipare prima sulle note di una canzoncina per bambini tedesca e sulle note di una canzone tradizionale araba. “Questo e´ il dialogo!” commenta Ibrahim. Il concerto termina con un dabke (danza popolare palestinese) improvvisata da alcuni spettatori che senza problemi salgono sul palco. Prima della chiusura Ibrahim invita il pubblico ad osservare un minuto di silenzio, non per le vittime questa volta, ma per la speranza e per la pace. Due lacrime fredde rigano il mio viso, cerco di trattenerle ma invano e con quelle lacrime raggiungo Aeham con il suo CD (Music For Hope) tra le mani e gli racconto brevemente la mia storia “Sono italiana ma sei anni fa sono andata a studiare in Siria, lì sono diventata musulmana e poi l´anno scorso sono stata in Palestina e per me questi sono come i miei paesi.” I suoi occhi si inumidiscono e ci ripetiamo mille volte grazie e così mi autografa l´album “grazie a Maryam la palestinese”. Allora capisco che e´ proprio questo quello che mi hanno insegnato i siriani e i palestinesi, e´ proprio quello che mi sta ricordando Aeham in quel momento, e´ proprio quello il segreto della felicità: essere grati.

Rosanna Sirignano

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