I MUVIC, ALICE E LE CREATURE DEL SIGNOR SVANKMAJER

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alice_svankmajer_newsiteTendenzialmente, al signor Švankmajer non piaceva un certo tipo di sonoro; nel senso che pensava, di musica ed immagini insieme, che togliessero allo spettatore il senso della realtà. Il signor Švankmajer è un importante regista, di origine praghese, e dunque la sua opinione è più o meno condivisibile ma di peso, oltre che lecita. Bene. Il ragionamento delle due precedenti affermazioni pare non fare una piega per logica e grammatica. In effetti, è solo col terzo indizio che il signor Švankmajer incomincia a metterci in difficoltà. Perché quando nel 1987 realizzò il suo primo lungometraggio, e decise di non aggiungere altro al film se non rumori e suoni reali, il signor Švankmajer non scelse un giallo o qualcosa del genere, ma volle occuparsi di Alice, il personaggio della fantasia di quel genio di Carroll. Ora, sostenere che senso della realtà e paese delle meraviglie vadano a braccetto è obiettivamente complicato. Se ne potrebbe fare una questione di logica, quantomeno in superficie. Eppure, questa commistione fu la prima delle tante intuizioni che avviarono Švankmajer a costruire intorno ad Alice un mondo folle ed inquietante, popolato di macabre figure, vecchi giocattoli e grandi forbici arrugginite, dove il coniglio è impagliato e si rammenda la segatura da sé, il bruco è un calzino con la dentiera e la scena è una cantina fatiscente. Il tutto, attraverso la tecnica in stop motion. Presentando “Qualcosa di Alice”, Švankmajer disse precisamente che voleva fare un film sul sogno, e anzi che aveva usato i romanzi di Carroll come mezzo per porre un nuovo accento sul concetto di sogno, gettato dall’attuale civiltà negli immondezzai della psiche.

1902919_10200532776040609_1500122171_nMa si sa che i posteri, oltre a fornire l’ardua sentenza sulla buona riuscita dell’idea, sono dotati (a volte) di una certa creatività, e allora il compito che si danno può essere reinterpretare i concetti significativi in chiave evolutiva. Così i Muvic (da music e movie) – duo ravennate elettroacustico ed elettronico – hanno preso “Qualcosa di Alice” e l’hanno destrutturato, accartocciato, manipolato come la creta dei fratelli Quai (i figli putativi di Švankmajer, quanto a stop motion e non solo), e ci hanno, infine, fatto musica. Musica per immagini, come si dice, o anche immagini per la musica, come precisano; in effetti il lavoro di rimescolio è biunivoco, e la faccenda si vede e/o ascolta. Il risultato estetico è ipnotico, le immagini del film scorrono in un flusso rapido di input buoni per una quantità ampia di sogni e di incubi, un viaggio attraverso quegli “immondezzai della psiche” che il regista voleva esplorare, per far salire a galla ciascuno il proprio personale immaginario. Che sia più potente il rumore, come nell’originale, oppure la psichedelia del suono, come nel lavoro dei Muvic, è soltanto gusto. Ma è evidente che il progetto di Andrea Lepri e Paolo Baldini, messo in scena questo sabato al Ynot di Avellino, è il risultato di un’idea innovativa, perché si muove sul filo del rispetto per la struttura evocativa del film, eppure lo stravolge tagliando e rimescolando tutto.

Per inciso la serata di ieri, tipicamente piovosa e cupa, era perfettamente in linea col senso di inquietudine sonora che accompagnava il viaggio per le immagini in rapido divenire. Come se ci si fosse messo anche il clima a fare da sfondo al sogno/incubo. Ma questa è pura suggestione, oppure è il potente caso, o magari, semplicemente, marzo.         Margherita D’Andrea

Muvic plays with Alice

 

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Quest’opera di Radio Cometa Rossa è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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