Sycamore Age // Weird Black al Rainy Days

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Diario di Bordo: Rainy Days – Giorno 1
Venerdì 4 Dicembre 2015

Sycamore AgeA dispetto della sua presunta asemanticità, la musica ha svolto nel cinema (da quando non è più muto) tutte le funzioni della comunicazione acustica, senza limitarsi a rappresentare un semplice sottofondo. La complementarità di immagini e musica non è appannaggio esclusivo del cinema, anzi, immagini in movimento possono essere il punto di partenza della creazione musicale, possono dettare il ritmo e l’evoluzione dei brani come se ci fosse una vera e propria trama. La dinamicità, il passaggio da momenti eterei ad altri più possenti e barocchi, un misto incatalogabile di generi (come se assistessimo a un continuo cambio di direzione della fotografia) che vanno dal prog a un folk cupo, con richiami a due grandi come Syd Barrett e Robert Wyatt, sono tutte caratteristiche proprie della band toscana Sycamore Age.

Il nucleo originario ha visto l’incontro di Stefano Santoni (musicista e produttore della band) con Francesco Chimenti, figlio del cantautore Andrea Chimenti. A loro, in poco tempo, si sono aggiunti i polistrumentisti Davide Andreoni, Giovanni Ferretti (poi sostituito da Luca Cherubini Celli), Samuel Angus Mc Gehee, Nicola Mondani e Franco Pratesi.
Al Godot Art Bistrot per il Rainy Days manca solo Samuel all’appello, per il resto la band prende possesso di metà del locale per posizionare tutti i numerosissimi strumenti, tra cui spicca un grosso tamburo, un violoncello elettrico e addirittura un generatore di onde per test audiometrici. Tutto questo ben di Dio non è per fare scena: i musicisti si divertono ad alternare i propri ruoli diventando un ensamble multiforme dalle varie combinazioni.
Dal vivo avviene anche dell’altro: i brani che troviamo all’interno dei loro dischi, il primo omonimo del 2012 e il secondo “perfect laughter” di quest’anno, si trasformano completamente in un processo che permette ai musicisti di esprimere la natura più selvaggia del loro sound, a differenza della dimensione intima che caratterizza la fase di scrittura. E’ uno sbocciare di ritmi, percussioni, fiati, corde che rendono l’arte un pretesto per esprimere l’indicibile.

 

 

Weird BlackCiò che è non è ciò che sembra: un posto che si chiama Hy Brazil, per esempio, non si trova affatto in Brasile. E’ un’isola leggendaria, apparsa su antiche mappe del 1300 a centinaia di miglia dalla costa orientale dell’Irlanda, eppure mai trovata. Questo luogo misterioso, di cui l’esistenza non è certa, dà il titolo all’album dei Weird Black, live al Ynot, sempre per il Rainy Days. Hy Brazil uscirà a gennaio per l’etichetta WWNBB e, spiando l’immagine della copertina in anteprima, salta all’occhio una certa attinenza col mondo di Daniel Johnston, una sorta di tributo a un genio ricco di stranezze e contraddizioni.
Ciò che è, ancora una volta, non è ciò che sembra: il video di “Despite the Gloom”, col suo caleidoscopio di colori e follia, quasi ci porta fuori strada. Sì, perché la band romana non è propriamente psichedelica, almeno non in senso stretto. Ispirata alle sonorità anni ’60 – questo sì -in un’atmosfera di certo allucinata, la loro musica è in realtà assai più vicina al mood di Ariel Pink, dei Foxygen e di Mac De Marco. Un ibrido interessante, decisamente low fi, che Luca, Matteo e Alessandro hanno elaborato in modo proprio e senza troppe sovrastrutture. Il tutto nato sotto la buona stella dell’autoproduzione.

Sycamore Age

Weird Black

articolo e interviste: Claudia D’Aliasi
riprese e montaggio: Alessandro Farese e Ivan Mazzone
fotografie: Alessandro Farese

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