Giovanni Truppi

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TruppiIncrociare il suo sguardo è un piacere che mi butta ogni volta in un piccolo dramma di imbarazzo. Sì, perchè con i suoi occhi grandi sembra scavarti dentro, alla ricerca di un contatto che vada oltre le parole. Forse perché di parole non ne usa molte, lascia che escano fuori sottoforma di testi. Il suo ponte con il mondo è la sua musica, veicolo di forte personalità e sensibilità artistica.
C’è un me dentro di me recita il titolo del primo album, come se Giovanni Truppi si sdoppiasse in quello di fuori e quello di dentro, in una matrioska o in scatole cinesi. In questa bolla di dentro scoviamo frammenti di vita e di sogni sussurrati con una timidezza quasi infantile, come in “Dormiamo nudi” e in “Respiro”, una specie di halleluja ne “La nostra ultima notte d’amore”, gli spigoli e la ricerca di conforto in “Scomparire”. Tutte cose che trovano un seguito e uno sviluppo ulteriore in Il mondo è come te lo metti in testa, il secondo album. Ciò che ci circonda riflette quello che abbiamo dentro e i nostri punti di vista sono unici, perché ognuno è unico, eppure ci sono delle situazioni e dei sentimenti che ci accomunano e ci avvicinano. Giovanni non si ripiega su se stesso, racconta di sé ma non resta imprigionato in una dimensione individuale, gioca su terreni comuni ma in modo molto personale e la semplicità della sua terminologia nel trattare temi delicati è sorprendente e affascinante, così come il suo modo confidenziale di svelare l’intimità, le (apparenti) debolezze e le ferite di un amore finito (“Come una cacca secca” e “19 gennaio”). Tratta con ironia ed intelligenza l’avere trent’anni, la difficoltà di trovare lavoro e un posto nel mondo (nella title track), ma anche la dolcezza dell’amicizia (“Amici nello spazio”) e dell’affetto incondizionato (“Ti voglio bene Sabino”). Riflessioni nascono dalla politica (“I cinesi” e la cover rivisitata “Giovinastro”), da una fantasia prorompente (“Cambio sesso per un po’”), diventano intermezzi canticchiati distrattamente (“Quante volte”), surrealismo esilarante (“Ti ammazzo”) e qualche volta filastrocche (“Nessuno”).
Non si abbandona mai a luoghi comuni e scontatezze, mai la tristezza diventa melensa e autocompiaciuta, mai la gioia artefatta. Questo cantautore rende materiale l’immateriale perché dà un nome alle cose, strappa all’invisibile la poesia insita nelle piccole cose e ce la pone davanti, come se alla base di questa operazione non ci fosse alcuno sforzo.

Giovanni Truppi LIVE

Nell’intervista prendono la parola Giovanni Truppi, Marco Buccelli (il batterista), Giuseppe Truppi (il fratello) e Michele De Finis (musicista, fonico e suo amico)

Giovanni Truppi – Intervista

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