Fausto Rossi

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“Scuoti i tuoi angeli drogati Fausto
stasera ce ne andremo in giro
per le vie del centro
allegri come vecchi bonzi ubriachi
consapevoli che il peso del mondo è un peso d’amore
troppo puro da sopportare”

I Massimo Volume si riferiscono a Fausto Rossi (più conosciuto come Faust’O, ma questo nome non gli piaceva per niente). Fausto ha in sè qualcosa di mistico, mi sembra illuminato da un’epifania inenarrabile e dolorosa, come se avesse capito il senso profondo delle cose. Non è una persona comune, vestito trasandato, con i capelli grigi, lunghi e sciolti, sembra un emarginato. Mentre accorda la chitarra ha qualcosa di tenero, di dolcemente patetico, che mi rapisce. Guardando bene il suo viso scavato mi accorgo che ha un neo chiaro e rotondo proprio in mezzo alle sopracciglia, come un terzo occhio…
Ma i veri profeti non sono mai elevati a semidivinità: sono derisi e inascoltati, proprio perchè quello che comunicano è troppo forte. Ascoltarli stravolgerebbe la nostra vita.
Lui legge, canta e se ne frega di chi non lo ascolta. Legge una prosa che un domani ritroveremo in un libro, forse, o sotto chissà quale forma artistica definitiva.
Un moderno Kurtz che parla di terrore, lo stesso terrore che dovremmo farci amico secondo l’antieroe conradiano. Ma è anche un Dante Alighieri che accompagnato da un Jerry-Virgilio attraversa un ponte su un fiume impetuoso che taglia in due la terra. Visioni di canyon e di deserti, sotto l’effetto allucinogeno di un peyote.
Ma cosa significa essere artista? “L’artista se ne frega del denaro”, anzi lo rifiuta, “dissimula” come l’equilibrista che finge di esitare, ondeggiando sul filo, “non accetta le critiche”. Sa di essere artista solo se qualcuno glielo dice, e se quel qualcuno mente (perchè “i sogni si avverano quando tutti mentono”) poco importa.
L’artista è in disparte ma non vive su una torre d’avorio, simula la sua invisibilità ma è totalmente immerso nella realtà, anche se è diverso da noi: noi siamo i “fascisti”, siamo i “nemici di ogni cosa bella”. “Meglio mangiare vermi che avere a che fare con l’ignoranza della gente”, ma l’ignoranza è inevitabile!
Allora cosa deve fare l’artista? Ricordare o dimenticare? Lottare o adeguarsi? Autodistruggersi o preservarsi? Domande senza una chiara risposta.
Finito questo viaggio di parole cadenzate ed ipnotiche dalla forza centripeta Fausto prende la chitarra, la accorda flemmaticamente, e poi inizia a cantare: “Tu non lo sai… che vengono in silenzio e prendono ogni cosa che hai”. E a sentire questo verso, mi accorgo di non sapere quanto mi hanno rubato (i sogni, i sorrisi… ogni cosa) e mi viene da piangere, lacrime che escono direttamente dall’anima. Ma è con “Ora che ho visto” che non riesco a trattenermi più. “Perso il mio nome, gli occhi, la bocca, la mia vera voce… ti rubano i giorni, l’amore e la vita”, forse perchè non sappiamo difenderli abbastanza, o forse perché deve andare così.
Eppure proprio noi, mentre viviamo in un mondo che è un incubo e facciamo le guerre, in questo stare dalla parte sbagliata siamo simili a Dio.
Alla fine resta un vuoto pieno di inquietudine, l’inquietudine necessaria per afferrare le cose belle senza distruggerle.



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